Quattro modelli di Futuro

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Di una cosa possiamo essere certi: il capitalismo finirà.


Di Peter Frase

Nel suo discorso all’accampamento di Occupy Wall Street a Zuccotti Park, Slavoj Žižek lamentava che «è facile immaginare la fine del mondo, ma non riusciamo a immaginare la fine del capitalismo». È una parafrasi di un’osservazione fatta da Fredric Jameson qualche anno fa, quando l’egemonia del neoliberismo appariva ancora assoluta. Eppure, l’esistenza stessa di Occupy Wall Street suggerisce che la fine del capitalismo è diventata ultimamente un po’ più facile da immaginare. All’inizio, questo immaginario ha assunto una forma per lo più cupa e distopica: al culmine della crisi finanziaria, con l’economia globale apparentemente al collasso, la fine del capitalismo sembrava poter essere l’inizio di un periodo di violenza anarchica e miseria. E potrebbe ancora esserlo, con l’Eurozona in bilico sull’orlo del baratro mentre scrivo. Ma più di recente, il diffondersi delle proteste globali dal Cairo a Madrid, da Madison a Wall Street, ha dato alla Sinistra qualche motivo per nutrire timide speranze per un futuro migliore dopo il capitalismo.

Di una cosa possiamo essere certi: il capitalismo finirà. Forse non presto, ma probabilmente non tra molto tempo; l’umanità non è mai riuscita prima d’ora a plasmare un sistema sociale eterno, dopotutto, e il capitalismo è un ordine notevolmente più precario e volatile della maggior parte di quelli che lo hanno preceduto. La questione, dunque, è cosa verrà dopo. Rosa Luxemburg, reagendo agli inizi della Prima Guerra Mondiale, citò una frase di Engels: «La società borghese si trova a un bivio: o passaggio al socialismo o regressione nella barbarie». Con questo spirito propongo un esperimento mentale, un tentativo di dare un senso ai nostri possibili futuri. Questi sono alcuni dei socialismi che potremmo raggiungere se una Sinistra rinascente avrà successo, e le barbarie a cui potremmo essere consegnati se falliamo.

Gran parte della letteratura sulle economie post-capitaliste è incentrata sul problema della gestione del lavoro in assenza di padroni capitalisti. Tuttavia, partirò escludendo questo problema, al fine di illuminare meglio altri aspetti della questione. Ciò può essere fatto semplicemente estrapolando la tendenza del capitalismo verso un’automazione sempre crescente, che rende la produzione sempre più efficiente e al tempo stesso sfida la capacità del sistema di creare posti di lavoro, e quindi di sostenere la domanda per ciò che viene prodotto. Questo tema è riemerso ultimamente nel pensiero borghese: nel settembre 2011, Farhad Manjoo di Slate ha scritto una lunga serie su “L’invasione dei robot”, e poco dopo due economisti del MIT hanno pubblicato Race Against the Machine, un e-book in cui sostenevano che l’automazione stava rapidamente superando molti dei settori che fino a poco tempo fa fungevano da principali motori di creazione di posti di lavoro nell’economia capitalista. Dalle fabbricate automobilistiche completamente automatizzate ai computer in grado di diagnosticare condizioni mediche, la robotizzazione sta conquistando non solo la manifattura, ma anche gran parte del settore dei servizi.

Portata al suo estremo logico, questa dinamica ci conduce al punto in cui l’economia non richiede affatto lavoro umano. Ciò non comporta automaticamente la fine del lavoro o del lavoro salariato, come è stato erroneamente previsto più e più volte in risposta a nuovi sviluppi tecnologici. Ma significa che le società umane si troveranno sempre più di fronte alla possibilità di liberare le persone dal lavoro involontario. Se coglieremo tale opportunità, e come lo faremo, dipenderà da due fattori principali: uno materiale e uno sociale. La prima questione riguarda la scarsità delle risorse: la capacità di reperire fonti energetiche a basso costo, di estrarre o riciclare materie prime e, in generale, di fare affidamento sulla capacità della Terra di garantire a tutti un elevato standard di vita materiale. Una società che dispone sia di tecnologie che sostituiscono il lavoro sia di risorse abbondanti può superare la scarsità in modo radicale, a differenza di una società dotata solo del primo elemento. La seconda questione è di natura politica: che tipo di società saremo? Una in cui tutte le persone sono trattate come esseri liberi ed eguali, con pari diritto a condividere la ricchezza sociale? O un ordine gerarchico in cui un’élite domina e controlla le masse e il loro accesso alle risorse comuni?

Vi sono dunque quattro combinazioni logiche delle due opposizioni: abbondanza contro scarsità di risorse, ed egualitarismo contro gerarchia. Per dirla in termini alquanto marxisti-volgari, il primo asse definisce la base economica del futuro post-capitalista, mentre il secondo riguarda la sovrastruttura socio-politica. Due possibili futuri sono socialismi (solo uno dei quali chiamerò effettivamente con questo nome), mentre gli altri due rappresentano declinazioni contrastanti di barbarie.

Egualitarismo e Abbondanza: Comunismo

C’è un celebre passaggio nel terzo volume del Capitale in cui Marx distingue tra un «regno della necessità» e un «regno della libertà». Nel regno della necessità dobbiamo «lottare con la Natura per soddisfare i nostri bisogni, per conservare e riprodurre la vita», per mezzo del lavoro fisico nella produzione. Questo regno della necessità, afferma Marx, sussiste «in tutte le forme di società e sotto tutti i possibili modi di produzione», presumibilmente compreso il socialismo. Ciò che contraddistingue il socialismo, quindi, è che la produzione è pianificata razionalmente e organizzata democraticamente, invece di operare al capriccio del capitalista o del mercato. Per Marx, tuttavia, questo livello della società non era il vero obiettivo della rivoluzione, ma solo una precondizione per «quello sviluppo delle capacità umane che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto avendo come base quel regno della necessità».

Altrove, Marx suggerisce che un giorno potremmo essere in grado di liberarci completamente dal regno della necessità. Nella Critica del Programma di Gotha, egli immagina che:«In una fase più avanzata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice dell’individuo alla divisione del lavoro, e quindi anche l’antitesi tra lavoro intellettuale e manuale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita ma il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza – solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato per intero e la società può scrivere sulle sue bandiere: Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!»

I critici di Marx hanno spesso rivolto questo passaggio contro di lui, descrivendolo come un’utopia irrimediabilmente improbabile. Quale possibile società potrebbe essere così produttiva da liberare del tutto gli esseri umani dal compiere un qualche tipo di lavoro involontario e insoddisfacente? Eppure, la promessa di un’automazione diffusa è che essa potrebbe realizzare proprio tale liberazione, o almeno avvicinarsi ad essa – a patto, naturalmente, di trovare una soluzione al bisogno di produrre energia e garantire risorse. Negli ultimi tempi, tuttavia, gli sviluppi tecnologici non hanno riguardato soltanto la produzione di merci, ma anche la generazione dell’energia necessaria a far funzionare le fabbriche automatizzate e le stampanti 3D del futuro. Di conseguenza, un possibile futuro post-scarsità combina tecnologie volte a risparmiare lavoro con un’alternativa all’attuale regime energetico, il quale è fondamentalmente limitato sia dalla scarsità fisica sia dalla distruttività ecologica dei combustibili fossili. Tutto ciò è lungi dall’essere garantito, ma vi sono indicatori incoraggianti. Il costo di produzione e funzionamento dei pannelli solari, ad esempio, è crollato drasticamente nell’ultimo decennio; sul trend attuale essi sarebbero più economici delle nostre attuali fonti di elettricità entro il 2020. Se l’energia a basso costo e l’automazione vengono abbinate a metodi efficienti di fabbricazione o riciclo delle materie prime, allora avremo davvero lasciato alle spalle “l’economia” intesa come meccanismo sociale di gestione della scarsità. Cosa c’è oltre quell’orizzonte?

Non significa che ogni lavoro cesserebbe, nel senso che rimarremmo tutti con le mani in mano nella dissolutezza e nel torpore. Poiché, come scrive Marx, «il lavoro è divenuto non solo mezzo di vita ma il primo bisogno della vita». Qualunque attività e progetto intraprendessimo, vi prenderemmo parte perché la troveremmo intrinsecamente gratificante, non perché abbiamo bisogno di un salario o dobbiamo le nostre ore mensili alla cooperativa. Ciò non è affatto così implausibile, considerando quanto le decisioni sul lavoro siano già guidate da fattori non materiali tra coloro che sono sufficientemente privilegiati da poterne avere la scelta: milioni di persone decidono di proseguire gli studi universitari, o di diventare assistenti sociali, o di avviare piccole fattorie biologiche, anche quando hanno a disposizione carriere molto più lucrative.

La scomparsa del lavoro salariato può sembrare un sogno lontano oggi. Ma un tempo – prima che il movimento sindacale arretrasse dalla rivendicazione di orari più ridotti, e prima della stagnazione e dell’inversione della storica tendenza verso settimane lavorative più corte – le persone si preoccupavano realmente di cosa avremmo fatto una volta liberati dal lavoro. Nel saggio Prospettive economiche per i nostri nipoti, John Maynard Keynes prevedeva che entro poche generazioni «l’uomo si troverà di fronte al suo problema reale, permanente: come impiegare la sua libertà dalle pressanti cure economiche, come occupare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno conquistato, per vivere saggiamente, piacevolmente e bene». E in una discussione del 1956 recentemente pubblicata, Max Horkheimer esordisce osservando casualmente a Theodor Adorno che «oggigiorno abbiamo abbastanza in termini di forze produttive; è ovvio che potremmo rifornire l’intero mondo di beni e potremmo poi tentare di abolire il lavoro come necessità per gli esseri umani».

Eppure Keynes e Adorno vivevano in un mondo in cui l’industria sembrava possibile solo su larghissima scala, sia nelle fabbriche capitaliste sia nelle imprese statali; quella forma industriale implica gerarchia a prescindere dal sistema sociale in cui è radicata. Ma i recenti progressi tecnologici aprono alla possibilità di tornare a una struttura meno centralizzata, senza abbassare drasticamente gli standard di vita materiale: la proliferazione di stampanti 3D e laboratori di fabbricazione su piccola scala (fab lab) rende sempre più possibile ridurre la scala di almeno una parte della produzione senza sacrificare del tutto la produttività. Pertanto, nella misura in cui un certo lavoro umano sia ancora necessario alla produzione nel nostro ipotetico futuro comunista, esso potrebbe assumere la forma di piccoli collettivi anziché di aziende capitaliste o statali.

Ma superare il lavoro salariato sul piano economico significa anche superarlo su quello sociale, e ciò comporta cambiamenti profondi nelle nostre priorità e nel nostro stile di vita. Se vogliamo immaginare un mondo in cui il lavoro non è più una necessità, è probabilmente più fecondo attingere alla finzione letteraria che alla teoria. In effetti, molte persone hanno già familiarità con l’utopia di un comunismo post-scarsità, poiché è stata rappresentata in una delle opere più celebri della cultura popolare: Star Trek. L’economia e la società di quella serie si basano su due elementi tecnici fondamentali: il “replicatore”, capace di materializzare qualsiasi oggetto dal nulla con la semplice pressione di un pulsante; e una fonte genericamente descritta di energia apparentemente gratuita (o quasi gratuita), che alimenta i replicatori e ogni altra cosa nell’universo narrativo.

La natura comunista dell’universo di Star Trek viene spesso oscurata dal fatto che film e serie si concentrano sulla gerarchia militare della Flotta Stellare, impegnata a esplorare la galassia ed entrare in conflitto con specie aliene. Tuttavia, persino questa sembra essere una gerarchia scelta volontariamente, che attrae coloro che cercano una vita di avventura ed esplorazione; per quel poco che intravediamo della vita civile, essa appare per lo più priva di gerarchies o costrizioni. E nella misura in cui la serie si discosta dall’utopia comunista, è perché gli sceneggiatori introducono la minaccia esterna di specie ostili o risorse scarse per generare una tensione drammatica sufficiente.

Non è tuttavia necessario evocare astronavi e alieni per immaginare le tribolazioni di un futuro comunista. Il romanzo di Cory Doctorow Down and Out in the Magic Kingdom immagina un mondo post-scarsità ambientato in un’estrapolazione riconoscibile degli Stati Uniti contemporanei. Proprio come in Star Trek, in questo mondo la scarsità materiale è stata superata. Ma Doctorow comprende che all’interno delle società umane certi beni immateriali saranno sempre intrinsecamente scarsi: reputazione, rispetto, stima tra pari. Il libro ruota quindi attorno ai tentativi dei vari personaggi di accumulare “whuffie”, una sorta di punti di merito virtuali che rappresentano la stima e la benevolenza accumulate dagli altri. Il whuffie, a sua volta, viene utilizzato per determinare chi detiene l’autorità in qualsiasi impresa collettiva volontaria, come ad esempio la gestione di Disneyland nel romanzo.

Il valore del libro di Doctorow, rispetto a Star Trek, risiede nel fatto che tratta il mondo post-scarsità come una realtà con proprie gerarchie e conflitti, anziché come un luogo in cui tutti vivono in perfetta armonia e la politica si arresta. La reputazione, come il capitale, può essere accumulata in modo disuguale e auto-perpetuante, poiché coloro che sono già popolari acquisiscono la capacità di fare cose che attirano maggiore attenzione rendendoli ancora più popolari. Tali dinamiche sono facilmente osservabili oggi: blog e social media generano guardiani influenti capaci di decidere chi riceve attenzione e chi no, in un modo che non è puramente una funzione del denaro posseduto. Organizzare la società in base a chi ha più “mi piace” su Facebook presenta notevoli svantaggi, a dir poco, anche una volta liberata dal suo involucro capitalista.

Ma seppure non sia la visione di una società perfetta, questa versione del comunismo è perlomeno un mondo in cui il conflitto non poggia più sulla contrapposizione tra lavoratori salariati e capitalisti, né sulle lotte per risorse scarse. È un mondo in cui non tutto, in ultima analisi, si riduce al denaro. Una società comunista avrebbe sicuramente gerarchie di status, come tutte le società umane e come il capitalismo. Ma nel capitalismo, tutte le gerarchies di status tendono ad allinearsi, seppur imperfettamente, a un’unica gerarchia dominante: l’accumulazione di capitale e denaro. L’ideale di una società post-scarsità è che le varie forme di stima siano indipendenti: la stima di cui si gode come musicista è autonoma dalla considerazione ottenuta come attivista politico, e non si può impiegare un tipo di status per comprarne un altro. In un certo senso, quindi, definirla una configurazione “egualitaria” è improprio, poiché non è un mondo senza gerarchie, bensì un mondo di molteplici gerarchie, nessuna delle quali subordinata alle altre.

Gerarchia e Abbondanza: Rentismo

Dati i presupposti tecnici di automazione totale ed energia gratuita, l’utopia di puro comunismo in stile Star Trek diventa una possibilità, ma difficilmente un’inevitabilità. L’élite borghese odierna non gode solo dell’accesso privilegiato a beni materiali scarsi; gode anche di uno status elevato e di un potere sociale sulle masse lavoratrici, elementi che non vanno sottovalutati come molla motivazionale capitalista. Nessuno può realmente spendere un miliardo di dollari per se stesso, eppure esistono gestori di hedge fund che guadagnano cifre simili in un solo anno per poi volerne ancora di più. Per costoro, il denaro è fonte di potere sugli altri, un indicatore di status e un modo per tenere il punteggio non dissimile dal “whuffie” di Doctorow, se non per il fatto che si tratta di una forma di status legata alla deprivazione materiale altrui. È dunque prevedibile che, persino qualora il lavoro dovesse diventare superfluo nella produzione, le classi dominanti farebbero di tutto per preservare un sistema basato su denaro, profitto e potere di classe.

La forma embrionale del potere di classe in un’economia post-scarsità si trova nei nostri sistemi di legislazione sulla proprietà intellettuale. Sebbene i difensori contemporanei della proprietà intellettuale amino parlarne come se fosse sostanzialmente analoga ad altre forme di proprietà, essa si basa in realtà su un principio ben diverso. Come osservano gli economisti Michele Boldrin e David K. Levine, i diritti di proprietà intellettuale vanno oltre la concezione tradizionale della proprietà. Non garantiscono semplicemente «il tuo diritto a controllare la tua copia della tua idea», allo stesso modo in cui tutelano il mio diritto di controllare le mie scarpe o la mia casa; piuttosto, conferiscono ai detentori dei diritti la facoltà di dettare ad altri come usare le copie di un’idea di cui essi “sono proprietari”. Come affermano Boldrin e Levine: «Questo non è un diritto comunemente o automaticamente concesso ai proprietari di altri tipi di proprietà. Se produco una tazza di caffè, ho il diritto di scegliere se venderla a te o berla io stesso. Ma il mio diritto di proprietà non comprende automaticamente sia il venderti la tazza di caffè, sia il dirti come berla».

La mutazione della forma di proprietà, da materiale a intellettuale, innesca la trasformazione della società verso qualcosa che non è più riconoscibile come capitalismo, ma resta altrettanto disuguale. Il capitalismo, alla radice, non è definito dalla presenza di capitalisti, bensì dall’esistenza del capitale, che a sua volta è inseparabile dal processo di produzione di merci per mezzo del lavoro salariato (D-M-D’). Quando il lavoro salariato scompare, la classe dominante può continuare ad accumulare denaro solo mantenendo la capacità di appropriarsi di un flusso di rendite, derivanti dal controllo della proprietà intellettuale. Sorge così una società rentista, piuttosto che capitalista.

Supponiamo, ad esempio, che l’intera produzione avvenga mediante il replicatore di Star Trek. Per guadagnare vendendo oggetti replicati, si deve in qualche modo impedire alle persone di fabbricarsi liberamente e gratuitamente qualunque cosa desiderino, ed è proprio questa la funzione della proprietà intellettuale. Un replicatore è acquistabile solo da una società che concede in licenza il diritto di usarlo: chiunque cercasse di regalare un replicatore o di fabbricarne uno col proprio violerebbe i termini della licenza. Per di più, ogni volta che si replica qualcosa, occorre pagare una royalty a chiunque detenga i diritti su quell’oggetto specifico. In questo mondo, se il capitano Jean-Luc Picard volesse replicare il suo amato «tè Earl Grey, caldo», dovrebbe pagare la società che ha protetto da copyright il modello di replica per il tè Earl Grey caldo.

Ciò risolve, almeno all’apparenza, il problema di mantenere l’impresa a scopo di lucro. Chiunque cerchi di soddisfare i propri bisogni dal replicatore senza pagare i cartelli del copyright diventa un fuorilegge, esattamente come chi scarica file online oggi. Nonostante l’assurdità, questo assetto troverebbe plausibilmente sostenitori tra alcuni critici contemporanei della cultura di condivisione di Internet: ad esempio, Tu non sei un gadget di Jaron Lanier invoca esplicitamente l’imposizione di una «scarsità artificiale» sui contenuti digitali per ripristinarne il valore. Le conseguenze di tali argomenti sono già evidenti nelle cause legali promosse dall’industria discografica contro sventurati scaricatori di mp3, e nella costante intensificazione dello stato di sorveglianza sotto il pretesto di combattere la pirateria. L’estensione di tale regime alla micro-fabbricazione di oggetti fisici non farà che aggravare il problema. Ancora una volta, la fantascienza è illuminante, in particolare l’opera di Charles Stross: Accelerando mostra un futuro in cui i violatori di copyright sono perseguitati da sicari, mentre Halting State descrive clandestini “fabber” nei vicoli bui intenti a far funzionare stampanti 3D con un passo d’anticipo sulla legge.

Ma un’economia fondata sulla scarsità artificiale non è solo irrazionale: è anche disfunzionale. Se tutti sono costantemente obbligati a sborsare denaro per pagare licenze, hanno bisogno di un modo per guadagnare denaro, e questo genera un nuovo problema. Il dilemma fondamentale del rentismo è il problema della domanda effettiva: vale a dire, come garantire che le persone siano in grado di guadagnare abbastanza denaro per pagare le licenze da cui dipende il profitto privato. Naturalmente, questo non differisce troppo dal problema affrontato dal capitalismo industriale, ma diventa molto più grave nel momento in cui il lavoro umano viene progressivamente estromesso dal sistema e gli esseri umani diventano superflui come elementi di produzione, pur rimanendo indispensabili come consumatori. Che tipo di posti di lavoro continuerebbero dunque a esistere in questa economia?

Alcune persone sarebbero ancora necessarie per ideare nuove cose da replicare; vi sarà quindi spazio per una ristretta “classe creativa” di designer e artisti. E man mano che le loro creazioni si accumulano, il numero di cose replicabili supererà rapidamente il tempo e il denaro disponibili per goderne. La minaccia più grave per i profitti di un’azienda non sarà il costo del lavoro o delle materie prime – entrambi minimi o nulli – bensì la prospettiva che le licenze possedute perdano popolarità a favore di quelle della concorrenza. Il marketing e la pubblicità continueranno pertanto a impiegare numeri considerevoli di persone. Accanto ai pubblicitari, vi sarà un esercito di avvocati, man mano che i contenziosi per violazione di brevetti e copyright si estenderanno a ogni aspetto dell’attività economica. E infine, come in ogni società gerarchica, dovrà esistere un apparato di repressione per impedire a poveri e diseredati di riprendersi una fetta di ricchezza dai ricchi e potenti. Far rispettare una legge draconiana sulla proprietà intellettuale richiederà folti battaglioni di quello che Samuel Bowles e Arjun Jayadev chiamano “guard labor” (lavoro di sorveglianza e controllo): «Gli sforzi di ispettori, guardie e personale militare… non diretti alla produzione, bensì all’applicazione di pretese scaturite dallo scambio e al perseguimento o alla prevenzione di trasferimenti unilaterali della proprietà».

Tuttavia, mantenere la piena occupazione in un’economia rentista sarà una lotta costante. È improbabile che i quattro settori descritti possano rimpiazzare del tutto i posti di lavoro persi con l’automazione. Oltretutto, queste stesse professioni sono soggette a innovazioni labor-saving: il marketing può essere gestito tramite data mining e algoritmi; gran parte del lavoro legale di routine può essere sostituito da software; il lavoro di guardia può essere svolto da droni di sorveglianza anziché da agenti umani. Persino parte dell’invenzione di prodotti potrebbe un giorno essere affidata a computer provvisti di una rudimentale intelligenza creativa artificiale.

E qualora l’automazione dovesse fallire, l’élite rentista può colonizzare il nostro tempo libero per estrarre lavoro gratuito. Facebook fa già affidamento sui propri utenti per creare contenuti a costo zero, e la recente mania per la “gamification” suggerisce che le aziende sono fortemente interessate a trasformare il lavoro in attività che la gente trovi piacevoli, e che svolga quindi gratuitamente nel tempo libero. L’informatico Luis von Ahn, per esempio, si è specializzato nello sviluppo di “giochi con uno scopo” (GWAP), applicazioni che si presentano come divertenti passatempi eseguendo al contempo un compito computazionale utile. Uno dei giochi di von Ahn chiedeva agli utenti di etichettare oggetti nelle fotografie, e i dati venivano poi immessi in un database per la ricerca di immagini. Questa linea di ricerca evoca il mondo del romanzo Il gioco di Ender di Orson Scott Card, in cui i bambini combattono a distanza una guerra interstellare credendo di giocare ai videogiochi.

Tutto ciò implica che la società rentista tenderebbe persistentemente alla sotto-occupazione cronica, che la classe dirigente dovrebbe in qualche modo contrastare per tenere insieme il sistema. Ciò richiede la realizzazione della visione che il compianto André Gorz aveva della società post-industriale: «la distribuzione dei mezzi di pagamento deve corrispondere al volume della ricchezza socialmente prodotta e non al volume del lavoro svolto». Questo potrebbe tradursi nel tassare i profitti delle aziende remunerative e ridistribuire il denaro ai consumatori, eventualmente come reddito garantito incondizionato, o in cambio dello svolgimento di mansioni prive di reale utilità. Ma anche se la redistribuzione fosse auspicabile dal punto di vista della classe nel suo complesso, sorge un problema di azione collettiva: ogni singola azienda o persona ricca sarà tentata di fare il “free rider” sui pagamenti altrui, e resisterà quindi a qualsiasi imposizione fiscale redistributiva. Il governo potrebbe anche limitarsi a stampare moneta per distribuirla alla classe lavoratrice, ma l’inflazione che ne deriverebbe sarebbe solo una forma indiretta di redistribuzione e incontrerebbe uguale resistenza. Infine, resta l’opzione di finanziare i consumi attraverso l’indebitamento delle famiglie – ma ai lettori all’inizio del ventunesimo secolo non occorre certo ricordare i limiti insiti in tale soluzione.

Visti tutti questi intoppi, ci si potrebbe chiedere per quale motivo la classe rentista dovrebbe prendersi il disturbo di estrarre profitti dalla gente, dato che potrebbe semplicemente replicare tutto ciò che desidera. Cosa impedisce alla società di scivolare nello scenario comunista descritto prima? Potrebbe accadere che nessuno detenga abbastanza licenze per soddisfare tutti i propri bisogni, per cui ognuno necessita di entrate per coprire i costi delle proprie licenze. Si potrebbe possedere il modello di replica di una mela, ma poter fabbricare solo mele non basta per sopravvivere. In quest’ottica, la classe dei rentier è semplicemente composta da coloro che possiedono sufficienti licenze da coprire ogni loro spesa per licenze altrui.

Oppure, come osservato all’inizio, la classe dirigente presidierebbe la propria posizione privileged per salvaguardare il potere sugli altri garantito dal vertice di una società divisa in classi. Ciò suggerisce un’altra soluzione al problema della sotto-occupazione: assumere persone per svolgere servizi personali potrebbe trasformarsi in un segno di status, anche se l’automazione lo rendesse di per sé superfluo. L’ascesa tanto celebrata dell’economia dei servizi si trasformerebbe in una versione futuristica dell’Inghilterra ottocentesca o di parti dell’India odierna, in cui l’élite può permettersi un numero sterminato di servitori.

Ma questa società può reggere solo fino a quando la maggioranza riconosce la legittimità della gerarchia di governo. Forse il potere dell’ideologia sarebbe forte abbastanza da indurre la gente ad accettare questo stato di cose. O forse le persone comincerebbero a domandarsi per quale ragione il patrimonio di conoscenza e cultura debba essere recintato da leggi restrittive, quando – per usare uno slogan recentemente popolare – «un altro mondo è possibile» al di là del regime di scarsità artificiale.

Egualitarismo e Scarsità: Socialismo

Abbiamo visto che la combinazione di produzione automatizzata e risorse abbondanti conduce o alla pura utopia del comunismo o alla distopia assurda del rentismo; ma cosa accade se energia e risorse rimangono scarse? In tal caso giungiamo in un mondo caratterizzato simultaneamente da abbondanza e scarsità, in cui la liberazione della produzione avviene di pari passo con una pianificazione e una gestione intensificate degli input necessari a tale produzione. La necessità di controllare il lavoro scompare comunque, ma resta la necessità di gestire la scarsità.

La scarsità degli input fisici alla produzione va intesa in senso ben più ampio rispetto a materie prime come petrolio o minerale di ferro: l’effetto distruttivo del capitalismo sull’ambiente minaccia di danneggiare permanentemente i climi e gli ecosistemi da cui dipende gran parte della nostra attuale economia. Il cambiamento climatico ha già iniziato a sconvolgere il sistema alimentare mondiale, e le generazioni future potrebbero guardare alla varietà di cibi oggi disponibili come a un’età dell’oro insostenibile. (Le precedenti generazioni di autori di fantascienza a volte immaginavano che un giorno avremmo scelto di assumere tutti i nutrienti sotto forma di una pillola insapore; potremmo ancora finire per farlo per necessità). E secondo le proiezioni più severe, molte aree attualmente densamente popolate potrebbero diventare inabitabili, imponendo ingenti costi di rilocalizzazione e ricostruzione ai nostri discendenti.

Il nostro terzo futuro è dunque un assetto in cui nessuno ha bisogno di lavorare, eppure le persone non sono libere di consumare a piacimento. È necessario un qualche tipo di governo, ed è esclusa la possibilità di un comunismo puro; ciò che otteniamo è invece una versione del socialismo, accompagnata da una forma di pianificazione economica. A differenza dei piani del ventesimo secolo, tuttavia, quelli di un futuro vincolato dalle risorse si occupano principalmente di gestire il consumo, anziché la produzione. Vale a dire: continuiamo a dare per scontato il replicatore; il compito è gestire gli input con cui alimentarlo.

Ciò potrebbe sembrare poco promettente. Il consumo, dopotutto, era precisamente l’ambito in cui la pianificazione di tipo sovietico si rivelò maggiormente carente. Una società capace di armarsi per affrontare i nazisti, ma poi afflitta da carenze perenni e code per il pane, è difficilmente un modello stimolante. Ma la vera lezione dell’URSS e dei suoi emulatori è che il tempo della pianificazione non era ancora maturo; e quando iniziò a profilarsi, la sclerosi burocratica e i difetti politici del sistema comunista si dimostrarono incapaci di accoglierlo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli economisti sovietici cercarono eroicamente di ristrutturare l’economia in una forma più funzionale – tra le figure di spicco vi fu il premio Nobel Leonid Kantorovič, la cui vicenda è narrata in forma romanzata nel recente libro di Francis Spufford Red Plenty. Il tentativo fallì non perché la pianificazione fosse impossibile in linea di principio, ma perché era tecnicamente e politicamente impossibile nell’URSS di allora. Tecnicamente, poiché la potenza di calcolo non era ancora sufficiente; politicamente, perché l’élite burocratica sovietica non intendeva rinunciare al potere e ai privilegi garantiti dal sistema esistente.

Eppure gli sforzi di Kantorovič, e di teorici contemporanei della pianificazione come Paul Cockshott e Allin Cottrell, suggeriscono che una qualche forma di pianificazione democratica ed efficiente è praticabile. E sarà necessaria in un mondo di risorse limitate: sebbene la produzione capitalista privata sia stata assai abile nell’incentivare innovazioni tecnologiche per risparmiare lavoro, si è rivelata pessima nel preservare l’ambiente o razionare risorse scarse. Persino in un mondo post-capitalista e post-lavoro, serve una forma di coordinamento per garantire che i singoli individui non trattino la Terra in modo complessivamente insostenibile. Serve, come ha affermato Michael Löwy, una sorta di «pianificazione democratica globale» radicata in un dibattito democratico e pluralista, piuttosto che nel governo dei burocrati.

Occorre tuttavia fare una distinzione tra pianificazione democratica ed economia del tutto non di mercato. Un’economia socialista potrebbe impiegare una pianificazione razionale mantenendo comunque scambi di mercato di qualche tipo, assieme a moneta e prezzi. Questa, di fatto, fu una delle intuizioni di Kantorovič: anziché abolire i segnali di prezzo, voleva trasformare i prezzi in meccanismi per convertire gli obiettivi della produzione pianificata in realtà economiche. Gli odierni tentativi di assegnare un prezzo alle emissioni di carbonio tramite schemi cap-and-trade vanno in questa direzione: pur impiegando il mercato come strumento di coordinamento, costituiscono una forma di pianificazione, poiché il passaggio chiave è la decisione non di mercato sul livello accettabile di emissioni. Questo approccio potrebbe apparire del tutto diverso da oggi, se generalizzato e attuato in assenza di rapporti di proprietà capitalisti e disuguaglianze di ricchezza.

Supponiamo che ognuno riceva un compenso, non come rendita da lavoro ma come diritto umano fondamentale. Tale reddito non acquisterebbe i frutti del lavoro altrui, bensì il diritto di consumare una specifica quantità di energia e risorse nell’uso dei replicatori. Potrebbero svilupparsi mercati nella misura in cui le persone scelgano di scambiare un tipo di permesso di consumo con un altro, ma si tratterebbe di ciò che il sociologo Erik Olin Wright definisce «capitalismo tra adulti consenzienti», anziché della partecipazione involontaria al lavoro salariato spinta dalla minaccia della fame.

Data la necessità di calcolare e fissare livelli stabili di consumo – e quindi di stabilire i prezzi – lo Stato non può affatto estinguersi, come accade nello scenario comunista. E dove vi è scarsità, vi saranno certamente conflitti politici, anche se non si tratterà più di un conflitto di classe. Contrasti tra comunità locali, tra generazioni, tra chi ha più a cuore la salute a lungo termine dell’ambiente e chi preferisce maggiori consumi materiali nel breve termine: nessuno di questi nodi sarà facile da sciogliere. Ma saremo quantomeno approdati oltre il capitalismo come società democratica e sostanzialmente integra.

Gerarchia e Scarsità: Sterminismo

Se invece non arriviamo da eguali, e i limiti ambientali continuano a stringerci d’assedio, giungiamo al quarto e più inquietante dei nostri possibili futuri. In un certo senso assomiglia al comunismo con cui abbiamo iniziato, ma è un comunismo riservato a pochi eletti.

Una verità paradossale su quell’élite globale che abbiamo imparato a chiamare “l’un per cento” è che, pur essendo definita dal controllo di un’enorme fetta della ricchezza monetaria mondiale, rappresenta al tempo stesso la porzione di umanità la cui quotidianità è meno dominata dal denaro. Come ha scritto Charles Stross, i ricchissimi vivono un’esistenza in cui la maggior parte dei beni terreni è, di fact, gratuita. Vale a dire che la loro ricchezza è così smisurata rispetto al costo di cibo, alloggio, viaggi e altri comfort, che raramente devono considerare il prezzo di alcunché. Qualsiasi cosa vogliano, possono averla.

Il che equivale a dire che, per i ricchissimi, il mondo somiglia già a quel comunismo descritto in precedenza. La differenza sostanziale, ovviamente, è che la loro condizione post-scarsità è resa possibile non solo dalle macchine, ma dal lavoro della classe operaia globale. Una visione ottimistica degli sviluppi futuri – il futuro che ho definito come comunismo – è che alla fine raggiungeremo uno stato in cui saremo tutti, in un certo senso, parte dell’un per cento. Come ha celebremente osservato William Gibson: «il futuro è già qui; è solo distribuito in modo disuguale».

Ma cosa accade se le risorse e l’energia sono semplicemente troppo scarse per consentire a tutti di godere dello standard di vita materiale dei ricchi di oggi? Cosa succede se arriviamo in un futuro che non richiede più il lavoro delle masse proletarie nella produzione, ma non è in grado di garantire a chiunque un tenore di consumo arbitrariamente alto? Se entriamo in quel mondo come società egualitaria, la risposta è il regime socialista di conservazione condivisa descritto nella sezione precedente. Ma se, al contrario, rimaniamo una società polarizzata tra un’élite privilegiata e una massa impoverita, la traiettoria più plausibile conduce a qualcosa di infinitamente più oscuro; userò il termine che E. P. Thompson impiegò per descrivere una diversa distopia al culmine della Guerra Fredda: sterminismo (exterminism).

Il grande pericolo insito nell’automazione della produzione, nel contesto di un mondo fondato su gerarchia e risorse scarse, è che essa rende la grande massa della popolazione superflua dal punto di vista dell’élite dominante. Questo si pone in netto contrasto con il capitalismo, in cui l’antagonismo tra capitale e lavoro era caratterizzato sia da uno scontro di interessi sia da un rapporto di reciproca dipendenza: i lavoratori dipendono dai capitalisti finché non controllano essi stessi i mezzi di produzione, mentre i capitalisti hanno bisogno dei lavoratori per mandare avanti fabbriche e negozi. Come recitavano i versi di Solidarity Forever: «Hanno preso milioni indicibili che non hanno mai faticato per guadagnare / Ma senza il nostro cervello e i nostri muscoli nessuna ruota può girare». Con l’ascesa dei robot, il secondo verso cessa di essere valido.

L’esistenza di una moltitudine impoverita ed economicamente superflua costituisce un grave pericolo per la classe dominante, la quale temerà costantemente un’imminente espropriazione; di fronte a questa minaccia, si profilano diverse linee d’azione. Le masse possono essere comprate con un certo grado di redistribuzione delle risorse, con i ricchi che elargiscono parte della loro ricchezza sotto forma di programmi di welfare, almeno qualora i vincoli di risorse non siano troppo stringenti. Ma oltre a reintrodurre potenzialmente la scarsità nella vita dei ricchi, questa soluzione rischia di alimentare un crescendo di rivendicazioni popolari, risvegliando nuovamente lo spettro dell’espropriazione. È essenzialmente ciò che avvenne al culmine dello stato sociale, quando i padroni iniziarono a temere che i profitti e il controllo sul luogo di lavoro stessero sfuggendo loro di mano.

Se comprare la folla inferocita non è una strategia sostenibile, un’altra opzione consiste semplicemente nello scappare e nascondersi da essa. È la traiettoria di quella che il sociologo Bryan Turner chiama la «società delle enclave», un ordine in cui «i governi e altre agenzie cercano di regolare gli spazi e, ove necessario, immobilizzare i flussi di persone, beni e servizi» mediante «recinzioni, barriere burocratiche, esclusioni legali e registrazioni». Comunità recintate (gated communities), isole private, ghetti, prigioni, paranoia per il terrorismo, quarantene biologiche: insieme, tutto questo configura un gulag globale capovolto, in cui i ricchi vivono in minuscole oasi di opulenza disseminate in un oceano di miseria. In Tropic of Chaos, Christian Parenti sostiene che stiamo già edificando questo nuovo ordine, mentre il cambiamento climatico provoca quella che definisce la «convergenza catastrofica» di collasso ecologico, disuguaglianza economica e fallimento statale. L’eredità del colonialismo e del neoliberismo è che i paesi ricchi, insieme alle élite di quelli più poveri, hanno favorito una disintegrazione sfociata nella violenza anarchica, con fazioni tribali e politiche che si contendono le scarse risorse residue di ecosistemi degradati. Di fronte a questa cruda realtà, molti tra i ricchi – categoria che, su scala globale, comprende anche molti lavoratori dei paesi avanzati – si sono rassegnati a barricarsi nelle proprie fortezze, protetti da droni senza pilota e appaltatori militari privati. Il lavoro di sorveglianza (guard labor), già incontrato nella società rentista, ricompare in una forma ancor più brutale, con un manipolo di fortunati reclutato come sgherri e guardaspalle dei ricchi.

Ma anche questo è un equilibrio precario, per la stessa ragione di fondo per cui lo è comprare le masse. Finché esistono orde immiserite, vi sarà il pericolo che un giorno diventi impossibile tenerle a bada. Una volta che il lavoro di massa è stato reso superfluo, fa capolino una soluzione finale: la guerra genocida dei ricchi contro i poveri. In molti hanno definito il recente film con Justin Timberlake, In Time, un’opera marxista, ma si tratta più propriamente di una parabola sulla strada verso lo sterminismo. Nel film, un’esigua classe dirigente vive letteralmente in eterno nelle proprie enclave protette grazie a modifiche genetiche, mentre tutti gli altri sono programmati per morire a 25 anni a meno che non riescano a mendicare, farsi prestare o rubare altro tempo. L’unica cosa che tiene in vita i lavoratori è che i ricchi hanno ancora un certo bisogno del loro lavoro; quando tale bisogno cesserà, presumibilmente cesserà anche la classe operaia stessa.

Da qui la definizione di “sterminismo” per questo tipo di società. Un simile telos genocida può apparire come una barbarie inverosimile, degna del cattivo di un fumetto; forse è irragionevole pensare che un mondo segnato dagli olocausti del Novecento possa sprofondare di nuovo in una simile depravazione. D’altra parte, gli Stati Uniti sono già un paese in cui un candidato credibile alla presidenza si vanta pubblicamente di aver giustiziato innocenti, mentre il comandante in capo in carica ordina con disinvoltura l’assassinio di cittadini americani senza nemmeno la parvenza di un giusto processo, tra gli applausi generali dell’establishment liberale.

Queste quattro visioni sono tipi ideali astratti, essenze platoniche di una società. Trascendono i dettagli caotici della storia e ignorano la realtà secondo cui scarsità/abbondanza ed uguaglianza/gerarchia non sono semplici dicotomie nette, bensì gradienti con innumerevoli sfumature intermedie. Ma l’ispirazione, nel tracciare questi ritratti semplificati, è stato il modello di società puramente capitalista perseguito da Marx nel Capitale: un ideale che non potrà mai riflettersi perfettamente nei complessi agglomerati della storia economica reale, ma che mette in luce gli elementi singolari e fondativi di un particolare ordine sociale. I socialismi e le barbarie qui descritti vanno intesi come strade che l’umanità potrebbe percorrere, pur trattandosi di mete che forse non raggiungeremo mai in forma assoluta. Conoscendo ciò che si trova al termine di ciascuna strada, forse saremo maggiormente in grado di evitare di incamminarci nella direzione sbagliata.


Originale su Jacobin.

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